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La leggenda del Castello di Ovada

 

 

Al castello di Ovada è legata un’antica leggenda riportata dal Brofferio nelle “Tradizioni italiane”. Essa narra di un castellano genovese che per piegare gli Ovadesi, che chiedevano il rispetto puntuale degli statuti e dei privilegi accordati da Genova alla comunità, invitò una sera i maggiorenti ad una festa da ballo nel castello.

Al culmine della festa, ricca di libagioni, rinfreschi e danze, si ritirò con alcuni di loro in un’ala appartata, rimandando poi all’alba a casa le dame e gli altri invitati, dopo aver spiegato che i loro congiunti erano occupati in gravi impegni politici.

A mattina inoltrata, mentre ci si apprestava a inviare i familiari al castello per avere notizie degli assenti, urla di raccapriccio fecero accorrere sotto le mura una folla sempre più numerosa, che vide con orrore pendere dagli spalti del torrione le teste mozzate dei concittadini uccisi a tradimento.

Un assalto alle mura, suscitato dallo sdegno, venne sanguinosamente respinto, ma gli Ovadesi non vennero piegati.

Genova, compreso l’errore, mise da parte le maniere forti e perseguì la pacificazione riconfermando gli antichi statuti, i privilegi e le esenzioni della comunità.

 

 

Il noce di San Giovanni

 

 

Lungo la strada che da Trisobbio porta a Cremolino, nella frazione Santo Stefano un secolare noce inizia a germogliare tardivamente: fin quasi a metà giugno la pianta sembra secca, ma nel giro di pochi giorni inizia a germogliare e intorno ai giorni in cui cade la ricorrenza di San Giovanni Battista, cioè il 24 giugno, i suoi germogli diventano foglie ed in brevissimo tempo i suoi fiori diventano frutti, abbondanti, sani e gustosi.

Quest'albero, conserva un qualcosa dello spirito antico, legato alla natura, di queste zone. Si dice che la Notte di San Giovanni appunto, tutte le Masche, le Feighe e le Strié della zona si dessero appuntamento sotto questo noce per celebrare il sabba più importante di tutto l'anno. Sicchè giungevano le streghe (in zona meglio conosciute come Masche) dei Bacchetti (località di silvano d'orba), la giovane di Varo di Tagliolo, almeno due di Bric Trionfo. Un'altra veniva sicuramente dal bosco di Bandita e una da Battagliosi. Una Feiga che partecipava al Sabba abitava precisamente vicino alla Cappella di Santa Caterina di Montaldello. Un'altra veniva dai Setteventi di Belforte e poi alcune arrivavano dalla Valle dell'Albara, dalla Valle Scura di Lerma (dal campanile), da Mascatagliata (il nome di questa località ovviamente mi ha sempre colpito) dai boschi della Colma e da quelli di Capanne di Marcarolo e quelle della Val Bormida che l'Inquisizione non era riuscita a debellare. Per ultimo arrivava il Diavolo! (o meglio il Cornuto Dio dei Boschi!). Tutti gli anni, anche se il tempo era bello, all'avvicinarsi di mezza notte il cielo si faceva scuro, le stelle sparivano e arrivava un vento "del diavul". Finita la riunione il Noce poteva finalmente riprendere a fiorire in tutto il suo splendore. Per preti e credenti il motivo era che finalmente dopo la "congrega" il Noce veniva liberato dalla oscura magia, per altri erano proprio le Masche che ogni anno tornavano per restituire la vita al sacro Noce. Un'altra antica leggenda racconta invece che nell'ottocento fu rinvenuto un tesoro nei pressi del Noce di San Giovanni lasciato probabilmente da un soldato di ventura al suo passaggio.

 
Il polentone di Molare

 

 

Molare è noto anche per una manifestazione tradizionale ultra centenaria che ogni anno richiama migliaia di turisti provenienti da diverse parti d'Italia e alcuni anche dall'estero, è la sagra del polentone.

La tradizione narra che in tempi lontani, gli abitanti delle sperdute frazioni intorno a Molare, si recassero il primo giorno di quaresima di ogni anno, nella chiesa parrocchiale. Si narra che un anno, mentre i pellegrini si accingevano a rientrare nelle loro abitazioni, venissero sorpresi da una forte nevicata che li costrinse a rifugiarsi sotto una tettoia, al freddo, in attesa di riprendere il cammino.

Mentre la nevicata infuriava, passò nelle vicinanze della chiesa, la carrozza del conte Gajoli Boidi, il quale volle invitarli nelle cucine del suo castello, ordinando alla servitù polenta e baccalà per tutti. I pellegrini, trovandosi poco a loro agio all'interno del castello, chiesero di poter gustare il dono sotto la tettoia che era stata loro rifugio contro la neve.

Così fu ed il pranzo continuò in allegria, tra la curiosità di molti abitanti del concentrico.

In anni successivi qualcuno pensò di rievocare il gesto, preparando in piazza la grande polenta e distribuendola a tutti i presenti fra canti e balli. Una festa che con il passare degli anni si è trasformata in una grande manifestazione folcloristica.

 
La lachera di Rocca Grimalda

 

La Lachera nasce probabilmente come rito primaverile e agreste pagano, ma nei secoli il suo dimenticato significato originario è stato associato a numerose leggende che hanno accompagnato e ormai intriso il rito stesso.

Secondo la tradizione le origini del rito risalgono ad una coppia coraggiosa di sposi, che durante il medioevo si ribellarono ad un tiranno che pretendeva di esercitare lo ius primae noctis; il feudatario mandò i suoi sgherri per reprimere la rivolta ma i soldati passarono presto dalla parte della popolazione locale che tutta partecipò alla ribellione, sfilando orgogliosamente per le strade del paese in segno di sfida.

 
La cavalcata di Aleramo

 

Una leggenda di re e principesse, d’amore e coraggio, iniziata a Sezzadio, paese vicino ad Acqui Terme e secondo la quale qui nacque Aleramo, figlio di una nobile coppia di Sassonia in pellegrinaggio verso Roma, subito rimasto orfano.

Allevato dai nobili del luogo, divenne un coraggioso cavaliere al servizio dell’imperatore Ottone I di Sassonia e si innamorò di sua figlia Adelasia. Non avendo il consenso dell’imperatore, i due innamorati fuggirono verso le località montuose del comitato di Albenga.

Qui Aleramo visse facendo il carbonaio, per poi tornare a combattere a favore dell’imperatore. Riconosciuto e perdonato dallo stesso, gli fu concesso il titolo di Marchese e tanta terra quanta fosse riuscito a percorrerne in tre giorni di cavalcata. Per ferrare il cavallo usò un mattone (in dialetto mun, mattone, e frà , ferrare), dando così il nome a quel territorio: Monferrato continua

 
La leggenda del Santuario della Bruceta

 

Gli storici acquesi, dal Biorci al Moriondo, collocano le origini e la storia di questo edificio intorno al sec. IX, nel periodo delle incursioni "saracene": la leggenda racconta che dopo un incendio, dovuto ad una di queste incursioni, dalle ceneri di una piccola cappella venne tratto in salvo, perfettamente intatto, il ritratto della Madonna dipinto su pietra e attualmente venerato nel Santuario. La Madonna, assisa in trono, tiene nella mano destra un libro e con il braccio sinistro stringe al seno il bambino, quest'ultimo è raffigurato nell'atto di benedire con la mano destra mentre nella sinistra tiene il globo terrestre sormontato da una croce continua
 
La leggenda del Santuario delle Rocchette

 

 

Il Santuario di Nostra Signora delle Grazie, popolarmente conosciuto come Santuario della Rocchetta, a causa della sua posizione, a strapiombo sui neri conglomerati rocciosi.

La sua costruzione risale al XIII secolo e disponeva di un ospizio, che offriva alloggio ai viaggiatori intenti a percorrere la via del sale, dall’alto Monferrato alla Liguria.

La leggenda narra che la montagna vicina, fosse il deposito dell’oro estratto in questa valle dagli schiavi, che poi trovato qui asilo, si convertirono ed eressero un primitivo Santuario.

Fu ricostruito intorno al XVI secolo, poi ancora nel 1619 dai marchesi Spinola, di Lerma per ringraziare della nascita del tanto atteso erede, che donarono la tavola della Madonna col Bambino, del XIV opera di Barnaba da Modena, ora ospitata presso la parrocchia della città.

Il Santuario è stato meta di pellegrinaggi sin dalla sua origine, in particolare in periodi di gravi calamità naturali, come guerre e pestilenze, ad oggi è molto frequentato dai pellegrini delle vicine comunità, specialmente da quelle della montagna, che lo venerano con doni e dipinti artigianali, che sono però stati rubati tempo fa.

Sono ancora visibili, lungo il percorso per il santuario, le edicole della Via Crucis, in muratura, che rappresentano la Passione Cristo, solennemente percorsa nella Settimana Santa.

Ogni anno, l’ultima domenica di maggio, la comunità di fedeli si riunisce al Santuario per celebrare la Festa Nuova, un’occasione per ricordare le antiche tradizioni augurali.

 
Lo spettro della Monaca

 

Al castello di Montaldeo è legata una delle leggende più famose del nostro Monferrato. Si narra che, nelle notti più burrascose dell'estate, quando guizzano i lampi e la tempesta si scatena, o in quelle più lunghe dell'autunno o dell'inverno quando la pioggia scroscia contro le vecchi e mura o la neve, spinta dalla bufera sibilante, turbina attraveso i i merli, lassù in alto, sul camminamento della guardi, appaia una figura di donna, sfarzosamente adornata, con una grande cuffia in capo. Lo spettro, sprizzante fiamme e fumo dagli occhi e dalla bocca, fa parecchie volte il giro dei merli con incedere lento e lasciando dietro di sè un lugubre lamento. La tradizione ha identificato l'essere diabolico in Suor Costanza Gentile, che fuggi dal monastero di San Leonardo di genova, nel 1699.

La giovane viene riconosciuta e fermata a Voltaggio, ma l'intervento di Clemente Doria, signore di Montaldeo e suo amante segreto, la fece liberare. La storia d'amore, che legava la nobile al genovese e che l'aveva spinta alla fuga, sembrava così concludersi felicemente. Fin qui la storia documentata; narra poi la leggenda: "In una sera invernale di tormenta, giungendo inatteso al castello, il marchese introdottosi per un passaggio segreto, a sorprese fra le braccia di un nuovo amante. L'ira lo accecò ed egli ordinò a due corsi della scorta di uccidere la donna e di murare il cadavere. Poi, incurante della neve che chiudeva i valichi, ripartì dal castello per non tornarvi mai più. Morì parecchi anni dopo, carico d'onori, malontano dalla patria. Da allora all'anima dannata della monachella lussuriosa, senza requie per il suo peccato mortale, è consentito solo nelle notti più cupe, di ritornare a piangere la troppo breve e perduta felicità.

 

La leggenda delle rose d'oro

 

Una leggenda, che ancora si narra tra gli abitanti di Lerma, è legata al soggiorno al castello nel 1565 di donna Isabella Corvalan, dama d’onore della regina di Castiglia. Si narra che in quel tempo un gruppo di cavalieri appartenenti alla Repubblica Marinara genovese si recarono al castello per consegnare a donna Isabella, la quale era in procinto di ritornare in patria, uno scrigno di cristallo contenente tre rose d’oro i cui petali erano tempestati di rubini rossi per la Regina. Il dono nascondeva, nella disposizione delle pietre preziose, nel loro colore, nella loro dimensione e nel loro numero un messaggio in grado di essere interpretato solo dagli appartenenti ad alcuni ordini cavallereschi segreti, iniziati all’esoterismo. Infatti la sovrana, che era affiliata ad uno di essi e svolgeva un’intensa attività politica, era da tempo in relazione segreta con la Repubblica. Donna Isabella, visto i tempi perigliosi, volle mettere al sicuro il dono prezioso in un nascondiglio segreto, pare, in una cavità del cortile fra il loggiato e la scala esterna. In quei giorni donna Isabella fu richiamata dal Viceré spagnolo a Milano per ricevere istruzioni per il suo rientro in patria e per cause ancora sconosciute, purtroppo non riuscì a tornare al castello per riprendere lo scrigno, così le rose rimase occultate nel nascondiglio. Per alcuni secoli le vicende di quel tempo persero importanza, finché nell’Ottocento il ritrovamento fortuito di alcuni appunti fra le pagine di un vecchio volume risvegliò il ricordo di quei fatti che portarono a numerose ricerche con l’aiuto di un rabdomante, ma invano. Tuttavia il documento ritrovato forniva indicazioni precise sul nascondiglio segreto, affermava che in un determinato giorno dell’autunno inoltrato, che peraltro non indicava, e solo in quel giorno, il sole, verso il tramonto, raggiungeva con i suoi raggi obliqui la nicchia segreta, facendo avvampare i rubini che riverberavano attorno al loro splendore. Allora il castello pareva avvolto da una luce infuocata che incuteva un vago senso d’inquietudine. In quel momento, e solo in quel momento, il vecchio maniero svelava il suo segreto, ma era questione di attimi, poi il colore si stemperava nelle rosate iridescenze di un quieto tramonto monferrino e per un altro anno lo scrigno poteva ritornare a dormire il suo sogno indisturbato.

 



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